RomaTeatro

Valeria Freiberg, regista e direttore della Compagnia Teatro A, si racconta

Abbiamo incontrato Valeria Freiberg, regista e direttore della Compagnia Teatro A, Associazione Ariadne. È una delle protagoniste del panorama nazionale teatrale ad aver rivolto negli anni una grande attenzione nei riguardi del pubblico dei più giovani. Nei mesi di chiusura forzata ha dimostrato di non perdersi d’animo, continuando a proporre spettacoli per bambini e adolescenti, un teatro per ragazzi che è diventato virtuale e virale. L’abbiamo incontrata per farci raccontare i progetti in corso ed i programmi previsti per la prossima stagione teatrale.

Come giudica il teatro ragazzi oggi? Quale è il suo valore sociale?

Il Teatro ha, da sempre, la capacità di adattare il simbolismo della vita degli adulti all’infanzia, rendendolo più umano e attraente. Voglio solo dire che, quando parliamo di teatro, ci perdiamo continuamente la domanda principale: “Cosa realmente è il teatro per i ragazzi e i bambini… di cosa si tratta?” I bambini e gli adolescenti hanno bisogno di sentire le emozioni che possono capire. E la principale emozione che accomuna questa fascia d’età, scusate il termine, è l’impotenza! Io la vedo così. Impossibilità di risolvere, di affrontare, di capire qualcosa da soli senza pressing da parte della scuola o della famiglia… Sentirsi incompreso o fuori posto con i compagni… Insomma, l’infanzia, l’adolescenza possono avere dei momenti terribili. E in questo senso il teatro è il mezzo più utile, più giusto per avvicinarsi alla vita e capire che sentirsi così non è sbagliato! Sentirsi persi di fronte ai conflitti dei grandi non è un atto di vigliaccheria, le leggi della società raramente ci prendono in considerazione e così via.  E qui la magia del Teatro è fondamentale perché lo spettacolo è un mondo alternativo, protetto, fantastico, bello, ma basato sui conflitti reali, sui sentimenti veri. Il Teatro è anche un posto sicuro, un rifugio dove nascondersi per riprendere forze, per capire, guardando e rivivendo le storie degli altri, qualcosa su se stessi. Stanislavskij diceva: “Per i bambini bisogna fare gli spettacoli come per gli adulti… ma meglio!” Sono assolutamente d’accordo con lui. Infatti, scegliendo il repertoire per la rassegna online Le Fiabe della Nostra Infanzia mi sono resa conto che tutti gli autori più significativi per la letteratura mondiale dedicata ai bambini e i ragazzi erano grandissimi scrittori! Vincitori del premio Nobel, filologi, linguisti… tornando a K.S.Stanislavskij o E.Vachtangov: anche loro con grande interesse e trasporto si occupavano delle messe in scena delle favole… In sintesi: il teatro è fondamentale per la formazione umana di un giovane e, dunque, un paese che non ha il teatro funzionale per i giovani non ha un futuro. So che può suonare retorico, ma praticamente è così.

Non è un argomento di cui se ne discute molto, assoggettato a più dinamiche (penso alla scuola, ora alla dad, alla mancanza di leggi che lo regolano…) Che problemi si trova a dover affrontare il teatro ragazzi?

Tantissimi, soprattutto nel dover affrontare o convincere gli adulti che il Teatro è fondamentale per i ragazzi… Il Teatro non è un semplice intrattenimento, ma è una realtà alternativa in cui i ragazzi sono liberi di provare i sentimenti, di farsi coinvolgere e di avere anche il loro punto di vista. Questo messaggio non passa o meglio a parole sono tutti d’accordo, ma basta vedere i fatti! D’altro canto ciò che oggi il teatro propone molto spesso non ha uno spessore professionale necessario. E tutto questo crea una terribile confusione e come risultato- dipendenza: il teatro dipende dagli insegnanti, presidi, maestre… i loro gusti in materia teatrale, ecc.… Insomma, il teatro sta sempre con una mano tesa. Bisogna interrompere il rapporto di dipendenza e creare un rapporto di vera collaborazione, di rispetto e di considerazione, non solo con gli istituti scolastici, ma anche con lo Stato e le istituzioni in generale. È necessario attivare un processo di cooperazione attiva, costituita dallo scambio di esperienze, di comunicazione, di creazione dei progetti comuni, non solo con i colleghi, ma anche con le realtà socio-culturali, che la pandemia ha colpito tanto quanto il teatro. E per ciò che riguarda la DAD…Il problema della didattica a distanza non può giustificare l’assenza del teatro o dei libri nella vita dei ragazzi! 

Ha citato poco fa la rassegna virtuale Le fiabe della nostra infanzia, con tanti titoli. Come è nata l’idea? 

Siamo una compagnia teatrale senza casa e avere uno spazio nostro – anche se digitale –Teatro A Zoom è molto bello! È una grande esperienza: avere una routine lavorativa continuativa, è un’azione importantissima per una compagnia teatrale sia dal punto di vista lavorativo che formativo. Per quel che riguarda la rassegna Le Fiabe della Nostra Infanzia a dicembre del 2020 abbiamo deciso di regalare lo spettacolo Zoom “La Regina delle Nevi” ai nostri piccoli amici. Il successo è stato straordinario, i bambini era entusiasti, ma durante i saluti finali chiesi ai bambini se conoscevano già questa fiaba e con grande stupore scoprii che non ne fosse a conoscenza quasi nessuno. Rimasi sconvolta: non si può crescere senza le fiabe di H.C.Andersen! Un altro aspetto mi colpì molto: le fiabe vengono lette! Un adulto prende il libro e legge al bambino le favole. Se questi bambini non le conoscono significa che non hanno avuto la fortuna di incontrare un adulto così… Io si! Per tutta la mia infanzia e anche, a tratti, l’adolescenza, mio padre mi leggeva o raccontava i libri. Era un uomo estremamente occupato, eppure trovava sempre un momento per raccontarmi o per leggermi qualcosa di straordinario. Leggere un libro insieme è un legame… Infatti il primo libro di fiabe dei fratelli Grimm si chiama “Kinder-und Hausmärchen” cioè “Fiabe del focolare” (un momento in cui tutta la famiglia si riunisce vicino al camino per leggere qualcosa insieme). Ho pensato che in un periodo difficile, come quello che stiamo attraversando, incontrare i bambini per raccontar loro le fiabe fosse assolutamente necessario. Anche per ricreare il calore della comunità, per compensare almeno in parte la mancanza del teatro nelle loro vite… La rassegna ha coinvolto praticamente tutto il territorio nazionale. Abbiamo incontrato bambini romani, milanesi, napoletani, lucani, marchigiani… senza uscire di casa abbiamo fatto una tournée incredibile, facendo capire ai piccoli spettatori che il teatro sa unire le persone… anche se si tratta di un’esperienza virtuale. 

Ci fa un suo personale bilancio di questa particolare stagione teatrale 2020/2021?

Quello che è successo quest’anno sicuramente si può definire come un grande shock per tutti i teatri. Ma come si dice “non tutto il male vien per nuocere”. Lo stato di stress, parlo ovviamente della mia compagnia, ci ha fatto capire tutto ciò che di superficiale, di accidentale era nel nostro percorso e, dall’altro canto, ha reso evidente tutto quello che aveva valore artistico vero. E anche nel senso dei rapporti umani: è diventato chiaro chi condivide gli obiettivi della compagnia e chi no; con chi si può lavorare davvero e con chi no. Posso dire con certezza che le qualità umane, nei momenti di crisi come quella che stiamo attraversando, sono il fattore più importante, più significativo per restare in piedi.  Pertanto, voglio continuare a lavorare, prima di tutto, con le persone che sono rimaste al mio fianco in questo periodo dimostrando un grande amore per il teatro e per il mestiere.  Per quel che riguarda il lato pratico e lavorativo della compagnia, e questo lo dico con un certo orgoglio, si è confermata la nostra convinzione di sempre: è fondamentale avere un gruppo stabile di lavoro, aspirare al massimo livello professionale delle produzioni ed avere un dialogo aperto con il proprio pubblico. Si tratta ovviamente di un percorso complesso, faticoso, ma d’altro canto “fare il teatro” non è una prescrizione medica, ma una scelta di vita e un lavoro… per cui bisogna faticare! 

Ci può parlare del progetto “Senza Nome”, ispirato al dramma che vive in corsia il personale sanitario?

Sono convinta che il teatro e gli attori non possano restare fuori dai gravi sconvolgimenti sociali del proprio paese. “Senza Nome” è quindi un gesto di gratitudine, ma anche di grande curiosità umana e professionale nei confronti di chi ci sta salvando dalla pandemia. Non vi siete mai chiesti come sono le persone che entrano nelle corsie ospedaliere vestiti da astronauti per rischiare le proprie vite? Noi sì e ci siamo collegati con alcuni medici via Zoom per parlare con loro, per capire e, soprattutto, scoprire un mondo pazzesco costituito da tantissime persone di raro spessore umano…È stata un’esperienza importantissima per me, ma anche per gli attori. Abbiamo realizzato una breve serie di corti teatrali su YouTube, tre monologhi che voglio trasporre in scena appena possibile. 

Ci racconta l’ultimo progetto di laboratori creativi che ha visto la partecipazione attiva dei bambini? 

Normalmente noi, la compagnia Teatro A, non ci occupiamo di laboratori: in generale ho un rapporto complesso con i laboratori teatrali. Ma questa volta abbiamo deciso di rischiare anche perché non si trattava di un laboratorio tradizionale, ma di un incontro virtuale, di una sorta di videogioco. Volevamo provare una forma nuova di interazione online con il nostro pubblico. Secondo me, ci siamo riusciti molto bene. Bisogna dire che la giovane attrice della compagnia Maddalena Serratore, che ha condotto gli incontri, è stata brava a coinvolgere i bambini e a trasmettere loro l’energia del gioco. L’ultimo incontro è stato emozionante: un gruppetto di 6-7 bambini di Perugia, tutti i partecipanti al laboratorio, si è unito a casa di uno di loro per fare il laboratorio insieme. Hanno addobbato la stanza trasformandola in un vascello pirata, hanno indossato i costumi; sono stati creativi, curiosi e partecipi! Ed è questo, a mio avviso, il risultato più importante di questa esperienza. Come d’altro canto di qualsiasi laboratorio creativo. 

Abbiamo letto di alcuni suoi nuovi spettacoli rimasti in stand by. Ce ne può parlare?

Si, ci sono diversi progetti che sono rimasti in stand by, ma che spero di riprendere appena possibile. Non sono scaramantica, ma visto i trascorsi, forse parlarne è un po’ prematuro anche se continuo a provare via Zoom qualche scena, qualche passaggio per capire come sarà lo spettacolo sul palco. Se andate sul nostro canale YouTube potete vedere le prove Zoom dello spettacolo “L’Inizio”. È uno degli spettacoli nuovi di cui oggi sento assolutamente bisogno. Per il resto da gennaio 2021 ad oggi abbiamo realizzato nove spettacoli nuovi, e non si tratta solo di fiabe per i bambini, ma anche dei testi di J.D. Salinger, di Suad, di R.L. Stevenson, di Anne Frank. Devo ancora elaborare questa esperienza e proiettarla verso l’incontro con il pubblico, ma questa volta, dal vivo. 

Come pensa di strutturare la prossima stagione teatrale?

La quarantena ha dato un forte impulso verso la comunicazione online e verso il teatro online. E quindi sono nati tanti progetti sul web che si sono trasformati in un’esperienza importante. Ovviamente continueremo ad andare in questa direzione. Tuttavia nessuno dei canali di comunicazione digitale più avanzati potrà sostituire il contatto dal vivo tra attore e spettatore, pertanto, la nostra priorità rimane lo spettacolo sul palco con il pubblico dal vivo. Quello che accadrà per ora è difficile da prevedere, ma noi cercheremo, nonostante tutto, di fare il nostro lavoro. 

Secondo lei se e come cambierà il teatro nel post pandemia?  

La pandemia e la lunga quarantena hanno cambiato irrevocabilmente il nostro mondo. Alcune aree della vita hanno subito grandi perdite, alcune sono riuscite a mantenere l’equilibrio e ad adattarsi alla nuova realtà. Per ciò che riguarda il Teatro non si può più far finta che tutto vada bene: stabile, intenso e conveniente. La pandemia non solo ha influenzato il processo teatrale, ma lo ha riassettato: ci ha fatto capire che la comunità teatrale può sopravvivere solo attraverso il dialogo, la collaborazione aperta e versatile sia nel campo lavorativo, sia nel campo della promozione, legato soprattutto al rapporto con il pubblico. Il contesto della nostra vita lavorativa è cambiato e dunque anche il nostro operato non può non subire le modifiche e ripensamenti. I teatranti devono rendersi conto che sono cambiati anche i temi da affrontare e il pubblico di domani attende un confronto completamente diverso.  

C.P.