Teatro

Quirino: in scena il dramma shakesperiano Macbeth

LA RECENSIONE Macbeth Italia. Così come il nostro Paese è dilaniato oggi dal “politically uncorrect”, dalle trame sinistre di clan contrapposti che si sfidano nell’ombra e si macchiano di infiniti tradimenti della causa e del senso dello Stato, viceversa il dramma shakespeariano transita lieve al Teatro Quirino di Roma (fino al prossimo 4 dicembre) nella sua intensa drammaturgia. Impressiona davvero scenograficamente, questo Macbeth, curatissimo nei costumi (Zaira de Vincentiis) e nella sontuosa scenografia (Marta Crisolini Malatesta), in cui il fantasmagorico e i suoi effetti speciali sono sequenziati attraverso il filtro di sottili sipari retinati mobili, complementati da un uso accorto di un grande specchio alla Dorian Gray, in cui si rappresenta in presa diretta la controimmagine (come si farebbe mostrando le due semisfere della Luna, l’una in ombra e l’altra in luce) delle figurazioni e della mimica del recitativo, percepite sul frontale della rappresentazione dal vivo, sicché lo spettatore è messo in grado di osservare in contemporanea i due fronti del Giano attoriale. Fondamentale, poi, è l’utilizzo del blocco centrale, sorta di pilastro dell’intera rappresentazione, ora grande masso ovale, ora gigantesco basamento di una colonna dorica, su cui si avvicendano trono, alcova e roccia sedimentata sulla quale si adagiano sinuosamente le tre streghe del Macbeth (Le Sorelle Fatali, le Norne) con voci d’oltretomba.

La storia è nota: la tragedia è ambientata in una cupa Scozia d’inizio Basso Medioevo, in un’atmosfera di lampi e tuoni. Macbeth all’inizio è solo un grande generale vittorioso, che ha riportato una vittoria inaspettata contro le forze congiunte di Novergia e Irlanda, guidate dal ribelle Macdonwald. Mentre dopo la battaglia finale il Macbeth e il suo amico più fidato, Banquo, passeggiano nella brughiera si imbattono nelle tre Norne che li stavano aspettando e che pronunciano per loro profezie inquietanti: l’uno, Macbeth, diverrà re, mentre Banquo darà origine a una stirpe di regale. Per il suo auto-avveramento Macbeth diverrà regicida, aiutato dalla sua perfida e cinica consorte e, divenuto tiranno, ucciderà e perseguiterà tutti coloro che potrebbero insidiarne trono e potere, eliminandone discendenti e parenti prossimi. Il Bene, alla fine, trionferà: la regina dal ventre sterile, rimasta senza eredi, si suiciderà perseguitata (come il marito) dai fantasmi insanguinati delle sue vittime e il Macbeth verrà decapitato dalla spada di MacDuff, un nobile scozzese rimasto fedele al re assassinato.

L’ottima recitazione di tutti gli attori (molto intensi e convincenti i due protagonisti principali, Luca Lazzareschi nel ruolo di Macbeth e Gaia Aprea in quello della moglie ) rende lo spettacolo solo un po’ più lieve attenuando l’impatto del macigno emotivo e del fiume di sangue, che scorre inarrestabile dal testo shakespeariano. Movimenti, gesti, parole, frasi complesse, retoriche e allegoriche e sempre impreziosite fino allo sfinimento verbale da una prosa acuta, difficilmente afferrabile alla sua prima pronuncia, sono resi con grazia e corretta scansione dai vari elementi della compagnia. La morale, quella no. Va dedotta da ognuno, in base alla propria sensibilità ed esperienza. Come quella dell’amplificazione coniugale del carnefice, in cui la ferocia cancella il dualismo naturale tra i due sessi, accomunandoli nello stesso destino di perfidia e orrore, costellato da una finzione estrema, una mimesi oscena dei veri sentimenti, finalizzata al salvataggio delle apparenze e delle ritualità di una corte seppur illegittima e odiata dal suo stesso popolo.

Già: il Popolo. Senza voce e senza armi. Solo schiavo o, al più, servo, mezzano delle infedeltà coniugali dei suoi padroni; fidato messaggero e ambasciatore degli ordini più abbietti, per la cui esecuzione riesce a trovare sempre i demoni ben disposti al delitto. Di lui il Popolo, quello che, in realtà, vince tutte le vere battaglie e che annovera cataste, montagne di caduti, mutilati e invalidi a vita, di lui dicevo non c’è traccia nelle tragedie classiche. Perché tutti i sentimenti nobili o abietti sono solo espressi dalla casta nobiliare lungo una sequenza infinita di re, principi, duchi, conti e cavalieri. I soli che possono mediare tra divino e reale. Pur nutrendosi dei frutti della terra prodotta da contadini immiseriti, costretti a dare spesso i loro figli alla casta, perché li nutra e li sfrutti a suo piacimento dentro le mura fortificate e impenetrabili dei loro castelli, o nei campi di battaglia.

Complice di tutto questo è proprio il.. Soprannaturale. Un unico Demone dalle infinite facce e sembianze, che fabbrica solo pentole ricolme d’oro, come gli elfi dei boschi, ma non ha il predominio assoluto, definitivo sul Bene. Nelle profezie delle Norne c’è solo verità auto avverata: ciò che è dentro di noi, sedimentato nel profondo dell’Io psichico, diviene realtà. Il Soprannaturale è solo un pretesto, un giustificativo all’agire umano nel falso racconto dell’ineluttabile, del Destino e della predestinazione soltanto buoni a crocifiggere l’Altro da se stessi, allontanando ogni luogo possibile del vero pentimento che, puntualmente, arriva per il malvagio, lo sprovveduto e l’astuto solo alla fine della propria vita, quando a tu per tu c’è solo l’immortale Dea Morte.

Maurizio Bonanni